Fenomenologia del camionista

Di Francesca Capelli, sociologa, ricercatrice, giornalista e scrittrice

Davanti alla protesta dei camionisti canadesi, che si stava estendendo anche ad altri paesi, alcune anime pure hanno immediatamente storto il naso, evocando un’altra protesta, quella dei camionisti cileni nei mesi precedenti al golpe di Augusto Pinochet contro Salvador Allende.

Dal momento che le dittature sudamericane sono da circa 10 anni il mio oggetto di studio, mi sento di intervenire nella discussione con un contributo.

Durante il governo socialista di Allende, presidente eletto democraticamente, il Cile attraversò un periodo di forti cambiamenti sociali. Vennero fatti programmi a favore delle classi popolari: casa, scuola, sanità, tutele sul lavoro, sussidi alle famiglie. Venne avviato un programma di borse di studio per accogliere nelle scuole d’élite quote di studenti provenienti da quartieri poveri (splendido il film “Machuca”, si trova anche su Netflix). Vennero nazionalizzate le miniere di rame (riforma che Pinochet si guardò bene dall’annullare). Venne attuata la riforma agraria, sebbene timidamente. I lavoratori occupavano le fabbriche.

Questa rivoluzione sociale causò forti tensioni politiche: gli Stati Uniti, che già mal tolleravano il peronismo argentino, temevano che il Cile avrebbe fatto da apripista per fare entrare il comunismo in Sud America. Nell’ottobre del 1972, quasi un anno prima del golpe (11 settembre 1973) i camionisti cileni iniziarono uno sciopero, fomentato dalle associazioni di industriali e dai commercianti. L’obiettivo era impedire il rifornimento di cibo e beni essenziali: fu introdotta la tessera per fare la spesa, le organizzazioni di base ispezionavano i quartieri per cercare magazzini clandestini dove le provviste venivano nascoste perché non arrivassero ai negozi, la classe media poteva permettersi il mercato nero.

Il 9 ottobre 1972, 165 società di autotrasporto fermarono oltre 50mila camion, per un totale di 40mila autisti che smisero di lavorare. Alla serrata, durata un mese, aderirono taxisti, sindacati di estrema destra e gruppi paramilitari. I mancati introiti furono compensati con fondi provenienti dalla Cia (altro consiglio cinematografico, “La batalla de Chile” – in tre episodi – del regista Patricio Guzmán).

Eppure, il termine “camionista” sembra diventato un ipersignificante. Il significante vuoto (o flottante) è un concetto linguistico in cui la parola non ha un preciso significato di riferimento, non ha corrispondenza con un oggetto preciso. Per esempio, il “cambiamento” in politica. Cambiare che cosa per che cosa? Per il meglio? Per il peggio? Per il passato? Per il futuro?

Così, definisco ipersignificante il fatto che i camionisti canadesi siano assimilabili ai cileni in quanto camionisti, mentre Trudeau non è assimilabile a Pinochet in quanto Trudeau.

Ne deriva che lo sciopero dei camionisti è per forza “quella cosa lì”, fa comodo che lo sia.

Anche se i camionisti canadesi finora sono stati pacifici e cantano “We are the world”, tenendosi per mano. Anche se non hanno nessuna intenzione di fare cadere un governo, ma chiedono solo di non essere obbligati a un trattamento sanitario. Non difendono il capitale, ma solo l’autodeterminazione sul proprio corpo. El habeas corpus, base della democrazia dai tempi della Magna Charta inglese. E tutto questo, mentre il governo congela il tuo conto bancario, cioè ti priva del diritto alla proprietà privata di un bene, senza una sentenza passata in giudicato, ma perché applica la legge marziale. Il messaggio dello Stato è che la proprietà privata non è più un diritto, men che meno quella del tuo corpo.

Da mesi si ripete che ogni paragone storico con dittature e totalitarismi del passato è fuori luogo. Eppure il paragone con i camionisti cileni sembra vada benissimo. Allo stesso modo, allora, reclamo il mio diritto di paragonare i metodi di Justin Trudeau (malgrado il ciuffo sbarazzino e discorso gay friendly) ai metodi di Pinochet e Videla. Altrimenti, come definiremmo l’introduzione della legge marziale in Canada? La minaccia di arrestare chiunque porti carburante e viveri ai camionisti? Non si criminalizza la protesta, ma pure la solidarietà alla protesta. E il congelamento dei conti bancari dei manifestanti? E la polizia a cavallo che passa tra la folla e pesticcia civili disarmati e pacifici? E la minaccia di requisire, in caso di arresto, gli animali domestici e considerarli abbandonati dopo 8 giorni? A quando la sospensione della patria potestà e l’affidamento dei figli a famiglie filovaccino per rieducarli?

Cosa deve succedere ancora per convincerci a dire no, vaccinati e non?

Dove sono quelli che cantavano Bella Ciao, inneggiavano alla disobbedienza di Mimmo Lucano e della capitana Carola, inorridivano per i mojitos in spiaggia di Matteo Salvini? Dove sono?

23 febbraio 2022