La necessità di cambiare paradigma

Di Lorenzo Morri
Presidio primaverile per una Scuola a scuola
Liceo Leonardo da Vinci – Casalecchio di Reno

Dopo più di tre mesi di lockdown e un anno intero di lunghe chiusure ed aperture incerte e disomogenee, a settembre 2021 il mondo della scuola ha atteso con trepidazione l’analisi dei dati epidemiologici sulla ripresa per comprendere il suo futuro. Un’ansia condivisa probabilmente anche da chi non entra in prima persona nelle aule, se è vero cheogni scelta restrittiva del governo è partita sistematicamente proprio da lì, dalle aule, assunte a luoghi elettivi di amplificazione del contagio e, dunque, a cartina di tornasole dei pericoli di aggravamento generale.Il basso o nullo impatto dell’avvio dell’anno sul numero dei casi è stato quindi un segnale confortante. Tanto che, nel flusso regolare delle attività didattiche quotidiane, ci si è via via liberati degli spettri di una replica autunnale in stile 2020.

In fondo le classi si sono riaggregate senza sconquassi e le loro mattinate decorrono quasi normali – a patto di chiudere gli occhi davanti alle rigidità dei regolamenti che impediscono ricreazioni e assemblee, o alla doloro sarinuncia a uscite didattiche, percorsi di alternanza presso enti esterni e viaggi d’istruzione, imposta dalla contraddittoria normativa sul green pass. In questo quadro diventa oggi motivo di nuova apprensione leggere che la curva del virus sta tornando a crescere. Visti i precedenti, non sarebbe strano sospettare un’ennesima chiamata della scuola sul banco degli imputati, o quanto meno una sua iscrizione d’ufficio nel registro degli indagati.

Anche perché chi, come la dott.ssa Sara Gandini e la sua équipe, ha sostenuto sin dal marzo scorso che le “ondate” non siano da collegare al funzionamento degli istituti (1), è finito al centro di una discussione mai realmente decollata né tanto meno capace di far breccia nelle stanze dei bottoni. Eppure diventano sempre più frequenti le voci dei sanitari – ad esempio quella di Paolo Pandolfi, direttore del dipartimento di sanità pubblica di Bologna – che interpretano le positività di alunni e studenti come il prolungamento di contagi familiari, anziché come casi secondari nati dentro l’ambiente scolastico. L’altro ieri Stefania Salmaso, già epidemiologa di lungo corso all’Istituto Superiore di Sanità e consulente del Ministero della Salute, oltre che di Aifa ed Ema, ha addirittura dichiarato: “nella letteratura scientifica ci sono indicazioni convincenti che la scuola di per sé non rappresenti un rischio aumentato”.

Viene da chiedersi, pertanto, se il mondo della scuola non possa confidare per l’avvenire in un miglior trattamento da parte dei decisori politici. Domandare un cambio di paradigma, nel malaugurato caso di una recrudescenza del virus, sarebbe domandare troppo? E sarebbe poi tanto assurdo aspettarsi qualche allentamento nei marmorei protocolli anti-covid e persino nel regime delle quarantene collettive, che ognora di più paiono vessatorie per bambini, ragazzi e genitori, in un paese dove le occasioni di assembramento e trasmissione – in bar, ristoranti, stadi, discoteche – certo non mancano?

(1) https://doi.org/10.1016/j.lanepe.2021.100092, su “The Lancet – Regional Health

Pubblicato su La Repubblica, Bologna

7 novembre 2021 sulla pagina facebook del gruppo Goccia a Goccia