A volte ritornano

Condivido volentieri il post di Guido Silvestri editor in chief di Pillole di Ottimismo

Molte delle persone che collaborano a questa pagina vengono da quella esperienza a cui rimango affezionata. Siamo usciti per dissenso, in particolare sulla necessità dei vaccini di massa ai minori e in generale su come affrontare nella comunicazione le situazioni in cui non ci sono certezze, come accade regolarmente in ambito scientifico e ancor più in una pandemia. Rimango personalmente grata a Guido Silvestri per il percorso fatto insieme e aver portato senso critico riguardo alla ricerca del rischio zero. Mi ritengo fortunata di aver fatto parte di una comunità generosa e intellettualmente vivace che era nata attorno a lui e alla sua filosofia del navigare tra due scogli. La difficoltà a comunicare il dubbio e la tentazione di porsi come detentori di certezze ha messo in crisi a mio parere il progetto. Rimango comunque fiera di aver fatto parte di quella ambizione. Sara Gandini

COVID ZERO, VARIANTE DELTA E METODI CINESI
Se ne parla poco, ma ho la sensazione che una delle più illustri vittime della variante Delta non sia una persona, ma un’idea: quella del COVID zero. Ricordiamo che per COVID zero si intende quell’approccio di salute pubblica basato sull’obiettivo di contenere in modo totale la circolazione di SARS-CoV-2 in un certo paese o area geografica. L’esempio più citato di questo approccio è la Nuova Zelanda, paese che con questa strategia ha ottenuto finora un grande successo in termini di morti da COVID (solo 26 dall’inizio della pandemia), al punto di farne una scelta politica quasi identitaria. E’ interessante notare che nessuno o quasi dei sostenitori di COVID zero sembra avere lo stomaco di citare la Cina come esempio di tale approccio, ed anche questo sarebbe un aspetto comunicativo da approfondire, perché invece proprio la Cina dovrebbe essere il vero modello da capire ed “imitare” a proposito di COVID zero, visto che si tratta di un paese molto popolato e geograficamente non isolato. Ma andiamo per ordine, partendo dal descrivere il concetto di COVID zero (o quasi), passando poi ad analizzare brevemente la situazione della pandemia nei paesi che hanno tentato questa strategia, e discutendo infine in linea generale le sue prospettive future.

1. Come sappiamo, l’idea di COVID zero è molto allettante in teoria, anche se un po’ più complicata in pratica. Allettante perché se si blocca del tutto la circolazione del virus e si “chiudono” i confini di un paese, poi non c’è bisogno di fare altre restrizioni, e quindi si può tornare a vivere normalmente, senza virus e senza lockdown, avendo dunque eliminato entrambi gli “scogli” della pandemia. Credo non sfugga a nessuno che, per ovvii motivi geografici, questa idea sia più facile da applicare in Nuova Zelanda o Islanda che, per esempio, in altri paesi con ampi confini terrestri, Italia compresa. In passato questa banale obiezione veniva rintuzzata portando esempi di COVID zero o quasi in paesi non-insulari, tra cui Thailandia e soprattutto Vietnam. Due esempi che nelle ultime settimane sono stati spazzati via dalla variante Delta, con Thailandia e Vietnam che hanno entrambi avuto ~10.000 morti di COVID nelle ultime settimane. Da notare come anche l’Australia stia faticando moltissimo a contenere la presente ondata (vedi grafico), e perfino l’isolatissima Islanda ha avuto più casi negli ultimi 30 giorni che in ogni altro mese durante la pandemia.

2. Questo quadro è una conseguenza della grande trasmissibilità della variante Delta, che riduce l’efficacia dei lockdown. Ma il problema più grosso per i sostenitori di COVID zero è che nessun vaccino previene i contagi in modo sostanziale – mentre tutti sono molto efficaci nel ridurre le ospedalizzazioni e morti da COVID. In altre parole, abbiamo vaccini ottimi per programmi di mitigazione del rischio, ma largamente insufficienti per raggiungere o mantenere un vero COVID zero (si veda in proposito il bellissimo recente articolo di Sarah Zhang sulla rivista The Atlantic). Quindi il vero problema della Nuova Zelanda sarà quello di decidere cosa fare dopo aver vaccinato la popolazione adulta – perché se si riapre con l’estero la variante Delta entrerà, e farà il suo corso, certamente con meno morti che in altri paesi, ma lo farà, mentre se si vuole davvero insistere con COVID zero bisognerà star chiusi per molti anni, visto che vaccini che conferiscono immunità sterilizzante non sono all’orizzonte. Siccome le esperienze dei Paesi che hanno staccato la spina dal resto del pianeta raramente si sono concluse con dei successi – North Korea e Myanmar sono esempi recenti – direi che non si tratti di una decisione facile da prendere (vedi recente analisi di Luke Malpass sul SMH).

3. Finora qui ho elencato dei fatti, basati su dati scientifici e quindi poco discutibili. Provando a “editorializzare” un poco, credo che il problema principale non stia tanto nell’idea di COVID zero di per sé stessa, ma in quella di rischio zero in generale. In altre parole, bisognerebbe partire dal fatto che il rischio zero non esiste in nessuna attività umana, dal guidare un’automobile al fare una passeggiata in montagna, dal salire su un aereo all’entrare in una discoteca o in un negozio. Negli USA ogni anno muoiono 53.000 persone di carcinoma al colon, una malattia che sarebbe quasi completamente prevenibile attraverso periodiche colonscopie. Se forzassimo ogni adulto a farne una ogni tre mesi, pena dieci anni di galera, probabilmente i morti di cancro del colon scenderebbero a zero o quasi. Ma nessuno si sogna di farlo, perché nei confronti del cancro del colon la nostra società ha deciso di convivere con un certo rischio, quantificabile, appunto, in 53.000 morti all’anno negli USA. Così la colonscopia viene “raccomandata” a tutti quelli con più di 50 anni, ma se non la fai nessuno ti dice niente (e grazie a Dio nessuno pensa di negarti l’assistenza sanitaria).

4. In realtà tutti sappiamo, anche se pochi amano dirlo apertamente, che le nostre società, dopo aver ridotto, grazie a scienza e vaccini, la letalità calcolata di COVID da 1-3% a 0.1-0.3%, e dopo aver imparato a gestire meglio questo tipo di malati a livello ospedaliero, hanno un po’ tutte, lentamente ed alla spicciolata, scelto di tornare alla normalità pre-COVID (o quasi). Il tutto accettando il fatto che il virus continuerà a fare morti per un certo periodo di tempo, ma senza più raggiungere i numeri drammatici del 2020 ed inizio 202, e senza rischiare di mandare in tilt i servizi sanitari nazionali. Sperando anche, è importante dirlo, che in questa fase di endemizzazione il virus, per vari e ben noti motivi biologici, diventi col tempo più adattato alla convivenza con Homo sapiens, esattamente come successo per gli altri beta-coronavirus umani. Questa accettazione di una certa dose di rischio – che si cerca saggiamente di ridurre, ma non ci si incaponisce di eliminare del tutto – è ciò che facciamo, più o meno, con ogni altro aspetto della vita umana, malattie infettive comprese, ed a mio parere non ci sono alternative realistiche e ragionevoli al farlo anche nel caso del COVID.

5. Un ultima nota, sul come i sostenitori di COVID zero raramente portino la Cina come esempio da imitare – questo nonostante la Cina abbia in comune con Europa e Nord America il fatto di essere molto popolata e geograficamente non isolata. Ieri, ad esempio, la Cina ha avuto 21 casi di infezione da SARS-CoV-2 contro gli 83 della Nuova Zelanda, che pure è da giorni in lockdown durissimo ed ha un cinquecentesimo degli abitanti della Cina! Il problema in parte nasce dal fatto che la Cina non sia stata un modello di trasparenza e/o credibilità a livello di dati ed informazioni – come testimoniato dalle difficoltà che tuttora abbiamo nel comprendere l’origine del virus e le fasi iniziali dell’epidemia. Ma soprattutto c’è la questione dei “metodi cinesi”, non sempre graditi a chi si proclama sostenitore di una società tollerante, integrata ed inclusiva. Non per niente la Cina, prima del problema COVID, aveva “risolto” anche il problema dell’estremismo islamico con i tristemente noti Centri di Istruzione e Formazione Professionale, a cui “partecipano” milioni di Uiguri dello XinJiang. Un programma denunciato da Amnesty International (e dai paesi Occidentali) ma ammirato da paesi come Arabia Saudita, Congo, North Korea, Pakistan, Russia, Siria e Sudan (vedi The Diplomat, 15 luglio 2019). Insomma, sempre più perplessità sul concetto di COVID zero, augurando comunque un sincero in bocca al lupo agli amici neozelandesi, e soprattutto sperando che a nessuno venga in mente di applicare la versione cinese di questo approccio in Europa o in America.

29 agosto sulla pagina fb Goccia a goccia

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