Le ragioni del SI’ — Michael Parker (traduzione di Marilena Falcone)

(S.G.) Su BMJ continua lo scambio con le ragioni del Sì e del No. Questa operazione a mio parere è fondamentale per uscire dalle contrapposizioni guerresche, dagli schieramenti da stadio, dalle radicalizzazioni che impediscono lo scambio, per cui si banalizzano le posizioni di chi la pensa diversamente che diventa necessariamente un nemico da far fuori. Solo se si riesce a far spazio per l’altro da sé si può arrivare ad una mediazione efficace, che non vuol dire compromesso ma una scelta che tenga conto delle contraddizioni e delle verità che stanno in entrambe le posizioni. Vuol dire non imporre dall’alto perché i cittadini sono incoscienti, analfabeti funzionali… ma nemmeno trattare chi teme i contagi necessariamente come un fascista. Questo articolo nasce dal fatto che una nuova legge inglese renderà la vaccinazione condizione di impiego per gli operatori dell’assistenza domiciliare, seguendo la falsariga di quanto effettuato in Italia, Francia e Grecia per il personale sanitario. Questo articolo credo che possa servire in Italia anche per ragionare in modo aperto rispetto alla imposizione del green pass.
(Grazie a Marilena Falcone per la traduzione del testo che segue. )

Si tratta di una decisione ragionevole, sostiene Michael Parker, perché le istituzioni di assistenza hanno il dovere di proteggere i pazienti. Ma Helen Bedford, Michael Ussher e Martine Stead temono che un approccio così diretto possa essere non solo non necessario, ma addirittura controproducente. Le ragioni del SI’ — Michael ParkerLa sicurezza dei pazienti è, alla fin fine, respondabilità delle istituzioni di assistenza sanitaria e sociale. Per quel che riguarda le pratiche di impiego, tali istituzioni hanno il dovere di assumere solo personale la cui presenza non esponga i pazienti a rischi non necessari. Non è opportuno offrire posizioni di prima linea a chi non vuole vaccinarsi contro infezioni a rischio elevato. Ciò si applica non solo ai dipendenti diretti ma anche al personale a contratto o proveniente da agenzie.La situazione è meno chiara per il personale già assunto, poiché il datore di lavoro è responsabile non solo dei pazienti ma anche del proprio personale. Sono inclusi gli obblighi di non discriminazione e la garanzia di offrire condizioni di lavoro ragionevoli.

Tuttavia, anche il personale sanitario ha delle responsabilità. È auspicabile, ad esempio, la disponibilità a modificare il proprio comportamento nell’interesse della scurezza del paziente. Se i cuochi di un ospedale rifiutano di adeguarsi alle nuove normative di sicurezza per la preparazione dei cibi, non possono ragionevolmente aspettarsi di poter mantenere l’impiego. Analogamente per gli operatori di prima linea nel settore sanitario, è corretto richiedere di modificare determinati comportamenti alla luce delle evidenze rispetto alla sicurezza dei pazienti. Basso rischio conseguente a vaccinazione In che modo la vaccinazione contro una nuova malattia infettiva si inquadra in questo discorso? In termini di morale personale, il basso rischio correlato alla vaccinazione significa che gli operatori sanitari che, con il proprio stato di non vaccinato espongono i pazienti a rischio, hanno l’obbligo di accettare la vaccinazione. Hanno una sorta di “dovere di soccorso facile”. Sebbene i vaccini contro Covid-19 garantiscano una protezione inferiore al 100% e siano disponibili con approvazione per uso emergenziale, le evidenze dell’impatto sulla sicurezza dei pazienti e del basso rischio di reazioni avverse sono sufficienti per determinare tale dovere, a differenza di altre situazioni di eccezione nelle quali il rischio apportato alla salute dalla vaccinazione al singolo operatore sanitario è elevato.

Ma è lecito obbligare gli operatori dei settori sanitario e assistenziale ad accettare la vaccinazione? Sono molte le cose auspicabili dal punto di vista morale, che però i datori di lavoro non possono imporre come condizione per il proseguimento dell’impiego ai propri dipendenti, come la modalità di approccio accogliente e amichevole verso i pazienti. Un obbligo legittimo richiede dunque un livello maggiore di giustificazione: quali sono le responsabilità dei datori di lavoro rispetto al personale pre-esistente non vaccinato e alla sicurezza dei pazienti? Di sicuro i datori di lavoro dovrebbero promuovere attivamente la vaccinazione, stabilire una cultura aziendale nella quale la vaccinazione è prevista, e rendere agevole la vaccinazione per il personale. Dovrebbero anche spostare il personale restio a vaccinarsi, o coloro con controindicazioni mediche, in ruoli con ridotto rischio per i pazienti. Idealmente ciò dovrebbe essere implementato immediatamente per tutto il personale non vaccinato. È possibile tuttavia che si verifichino situazioni nelle quali una riallocazione immediata possa apportare un rischio maggiore della presenza continuativa dell’operatore sanitario non vaccinato.Transizioni di questo tipo necessitano di una gestione attenta e responsabile e possono richiedere tempo. In tali situazioni sarebbe opportuno effettuare una analisi formale dei rischi e attuare una pianificazione per riallocare in maniera sicura e tempestiva il personale. Il fatto che possano crearsi fasi nelle quali lo spostamento del personale potrebbe esporre i pazienti a un rischio maggiore, laddove, per esempio, le assunzioni non sono facili, non costituisce una giustificazione per non fare nulla.
Obblighi verso i pazienti. Cosa succede quando tutte le alternative ragionevoli sono state esplorate ma non è ancora possibile garantire in tempi rapidi l’assistenza ai pazienti da parte di personale vaccinato? A questo punto, i datori di lavoro, per rispettare gli obblighi verso i pazienti, dovrebbero rendere la vaccinazione obbligatoria per tutto il personale di prima linea privo di controindicazioni mediche serie. Sarebbe opportuno effettuare una pianificazione per spostare il prima possibile su altri ruoli gli operatori con controindicazioni alla vaccinazione. Un piano di questo tipo dovrebbe tenere in conto l’eventualità di allontanamento temporaneo di un operatore che deve sottoporsi alla vaccinazione, e valutare la possibilità di esporre, così facendo, i pazienti a un rischio serio. Qualora sussista evidenza di tale rischio, potrebbe essere il caso di prendere in considerazione l’opportunità di rimandare la vaccinazione di quello specifico operatore per un determinato periodo di tempo, probabilmente fino a due mesi, definendo in paralello un adeguato piano di azione strutturato. Sebbene la sicurezza dei pazienti sia in definitiva responsabilità delle istutizioni sanitarie e sociali, vale la pena ripetere che il rischio ridotto conseguente alla vaccinazione costituisce decisamente un punto a favore del considerare la vaccinazione contro malattie infettive che possano esporre i pazienti a rischi significativi come un obbligo morale per la grande maggioranza del personale del settore sanitario e sociale. Le ragioni del NO — Helen Bedford, Michael Ussher e Martine SteadGli operatori del settore sanitario e sociale devono vaccinarsi contro Covid-19 come obbligo di soccorso per proteggere i pazienti e i residenti delle case di cura, otre che se stessi, i propri familiari e la comunità in senso lato. Il 14 luglio 2021 la House of Commons ha approvato il requisito di vaccinazione con due dosi di vaccino per il personale privo di controindicazioni mediche impiegato nelle case di cura inglesi sottoposte alla regolamentazione della Care Quality Commission. Italia, Francia e Grecia hanno recentemente reso la vaccinazione obbligatoria per gli operatori sanitari. Libertà di sceltaRiteniamo che la vaccinazione obbligatoria sia “uno strumento rozzo per affrontare una problematica complessa”: non è necessario o accettabile, né costituisce il modo migliore per ottenere una adesione elevata e solleva questioni etiche importanti rispetto alla libertà di scelta. Per quanto si possa ribattere che la libertà di scelta non soprassiede la protezione dei pazienti e dei residenti delle case di cura, la vaccinazione obbligatoria può rivelarsi controproducente. In Inghilterra, l’adesione alla vaccinazione anti-covid fra gli adulti nella popolazione generale, e fra il personale del servizio sanitario nazionale e delle case di cura per anziani, è generalmente elevato: l’87%, il 90% e l’87% rispettivamente di questi gruppi è stato vaccinato con almeno una dose, anche se l’accuratezza dei dati relativi agli operatori delle case di cura è stata messa in discussione. L’adesione, tuttavia, varia geograficamente e fra gruppi sociodemografici, con riscontro di adesione inferiore o esitazione (intento di adesione) presso alcuni gruppi etnici di minoranza. Preoccupa un vasto studio sugli operatori sanitari secondo il quale il personale in ruoli a diretto contatto con i pazienti, compreso il personale infermieristico, vice-infermieristico e ostetrico, sarebbe più frequentemente esitante rispetto alla vaccinazione.
Gli operatori sanitari e sociali sono ovviamenti soggetti alla preoccupazione sui vaccini ed esposti alla disinformazione come tutti. Analogamente con quanto avviene per la popolazione generale, comprendere le ragioni della esitazione presso tali categorie professionali è fondamentale per definire interventi informati vòlti a migliorare l’adesione. Iniziative vòlte a migliorare l’adesione alla vaccinazioneGli istituti ospedalieri che hanno avuto successo nel migliorare l’adesione alla vaccinazione del personale riferiscono di iniziative orientate alla risoluzione delle principali cause di esitazione, ad esempio il miglioramento della accessibilità e del supporto fornito in fase di prenotazione e la disponibilità di informazioni basate sulle evidenze presentate in lingue diverse e su più supporti e in più formati, fra cui sessioni online a cadenza periodica di domande e risposte, webinar e sessioni in presenza ad accesso libero nelle quali eventuali preoccupazioni venivano affrontate con serenità senza esprimere giudizi. Un approccio di “ascolto attivo” per fornire informazioni, raccomandando al contempo la vaccinazione, consente di creare fiducia, fattore chiave nell’accettare il vaccino. È importante notare come gli attivisti e i sostenitori della vaccinazione coinvolti in queste iniziative provenissero principalmente da gruppi etnici di minoranza. Il personale ha riferito che la fiducia espressa nel vaccino fra i colleghi più anziani, soprattutto medici, ha svolto un ruolo molto importante. Poiché gli operatori sanitari, insieme al servizio sanitario nazionale, sono la fonte di informazione più ascoltata dal pubblico, strategie di questo tipo possono anche contribuire a migliorare la fiducia nel vaccino anche fra la popolazione generale. Per quel che riguarda la preoccupazione relativa a una adesione inferiore a quella ottimale, la vaccinazione obbligatoria può apparire come una soluzione immediata che richiede risorse minori rispetto ad altre strategie di intervento, ma presenta risvolti negativi. Innanzitutto, può incrementare la resistenza alla vaccinazione intaccando la fiducia nel governo e nelle altre istituzioni. Ciò è particolarmente rilevante presso le minoranze etniche, molto presenti fra il personale sanitario e sociale, che sono state colpite in maniera sproporzionata dagli effetti del Covid-19 e hanno minore probabilità di riporre fiducia nelle fonti di infomazione governative mostrandosi più frequentemente esitanti.
In un recente sondaggio pubblico, il 47% degli operatori di case di cura non era a favore della vaccinazione obbligatoria. Sono stati riferiti casi di dipendenti che hanno minacciato di dimettersi piuttosto che sottoporsi alla vaccinazione obbligata, cosa preoccupante nel contesto di carenza di risorse nel servizio sanitario nazionale e nel personale delle case di cura. Sebbene ciò non sembri essersi verificato in Australia, dove la vaccinazione antinfluenzale è obbligatoria per alcune categorie di operatori sanitari e sociali, imporre la vaccinazione rischia di danneggiare ulteriormente il morale di una forza lavoro essenziale, già particolarmente sottoposta a pressioni. Per ottimizzare l’adesione, la vaccinazione obbligatoria dovrebbe essere l’ultima via quando tutte le altre strategie si sono rivelate inefficaci. Ma l’adesione alla vaccinazione è già generalmente elevata presso gli operatori del settore sanitario e assistenziale e può essere migliorata senza ricorrere a misure estreme. Il Regno Unito ha già implementato programmi vaccinali ben riusciti in passato, senza dover ricorrere all’obbligo. Introdurre adesso una pratica coercitiva di tal genere, anche solo per specifiche categorie di lavoratori, rischia di fare da apripista per una via scivolosa che sarebbe meglio lasciare non battuta.https://www.bmj.com/content/374/bmj.n1903.long

Pubblicato il 14 agosto 2020 sulla pagina facebook Goccia a Goccia

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